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Mozia

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La possibilità di realizzare repliche assolutamente fedeli all’originale, in campo archeologico, lungi dall’essere una facile tentazione per realizzare “falsi”, consente agli studiosi una “libertà di azione” nello studio degli oggetti antichi. Infatti, soprattutto nel caso di sculture mancanti di parti o giunte a noi frammentarie, con l’ausilio delle repliche digitali è possibile ricreare, come un grande puzzle, una ricostruzione che, grazie proprio all’assoluta fedeltà al soggetto, può essere considerata accettabile.

Sull’isola di Mozia due monumenti di materiali diversi, di epoche diverse, di tipologie diverse ma accomunati dall’essere nel proprio settore degli “unica” sono stati scelti come soggetti da acquisire: la statua in marmo del Giovane di Mozia e il mosaico a ciottoli. Due realtà che possono trarre giovamento, sia dal punto di vista conservativo che didattico dall’utilizzazione mirata dei loro “cloni”.

La prima è stata riprodotta per uso didattico, in gesso, e collocata nella gipsoteca dell’Università di Roma “La Sapienza” ma indubbiamente il poter usufruire di una perfetta replica, come detto sopra, potrebbe giovare allo studio della scultura e perché no, aiutare a sciogliere il mistero dell’identità del personaggio raffigurato. Si potrebbero, infatti, applicare alla replica, se non addirittura al modello virtuale, tutti gli attributi, ali, lance, clave, etc, che le diverse interpretazioni ritengono caratterizzassero la nostra statua, e forse il vedere realizzate a tutto tondo alcune di queste identità potrebbe indurre gli studiosi a ritrattare quanto detto. Inoltre, non si potrebbe escludere la possibilità di utilizzare la replica per i prestiti in occasioni di mostre: l’originale non subirebbe traumi dovuti allo spostamento e il clone, realizzato anche in materiale più leggero del marmo, girerebbe senza problemi.

Il secondo monumento moziese è altrettanto intrigante della statua. Un mosaico in ciottoli di fiume bianchi e neri, raffigurante animali passanti o in lotta fra di loro. La datazione è incerta, così come anche la destinazione d’uso dell’ambiente per il quale era stato realizzato, ma certamente dal 1912, anno in cui venne portato alla luce da Giuseppe Whitaker, questo mosaico è sempre stato esposto sia all’ammirazione dei visitatori, sia, ahimè, alle intemperie. Più che l’aspetto didattico, l’aver potuto realizzare il modello digitale in questo caso permetterà di conservare ciò che, lentamente, la natura sta cancellando.

Maria Pamela Toti - Fondazione G. Whitaker